Amici,
Ci sono momenti in cui la cosa più radicale che possiamo fare è dare credito a quello che percepiamo senza correre da un intermediario che ci dica come interpretarlo. Veniamo guidati, corretti, indirizzati da aziende, governi, autorità e da chi li idolatra a cosa comprare, cosa pensare, dove mangiare, come scopare. Tutto quello che è soggettivo va giustificato; ogni aneddoto è sospetto; una frase senza fonte è, per definizione, falsa. È un’eredità illuminista spinta fino alla saturazione, una luce così accecante da rendere invisibile quanto non rientra nella sua intensità uniforme.
La parola “fenomenologia” sembra accademica, ma indica qualcosa di estremamente semplice: tutto quello che vivi. Sensazioni, pensieri, impulsi, percezioni corporee, desideri, intuizioni, piccoli lampi di coscienza, reazioni emotive. È il campo completo della tua consapevolezza, non solo quello che pensi ma quello che il corpo registra. Il corpo infatti possiede un linguaggio autonomo, fatto di tensioni, aperture, contrazioni, zone vuote e improvvise dilatazioni.
Quanto più ignoriamo questo linguaggio, tanto più sviluppiamo una fame verso tutto quello che sfugge al paradigma razionale. Una fame che può manifestarsi nella meditazione, nella divinazione, nella ricerca di stati alterati o nella fuga. È, in fondo, il tentativo di recuperare una forma originaria di percezione.
Anni fa mi sono trovata davanti a una constatazione tanto semplice quanto difficile da ammettere: attraverso la divinazione posso conoscere solo quello che sono in grado di sostenere. Conoscere davvero, non soltanto intuire. Prevedere per gli altri è relativamente facile, perché il loro destino non ha lo stesso peso emotivo. Prevedere per sé è un’altra cosa: richiede di confrontarsi senza filtri con i propri desideri, i fallimenti, ferite. In quel periodo leggevo per me stessa con una certa regolarità e, quasi in parallelo, tenevo sul tavolo L’Ordine del Tempo di Carlo Rovelli, un libro che non si limita a presentare la fisica teorica, ma mette in discussione la nostra intuizione più radicata: che il tempo scorra in modo lineare e condiviso.
Il tempo è ignoranza, ci dice Rovelli. Non esiste un “adesso” universale: ci sono tanti coni temporali quanti sono gli osservatori. Un evento può essere già reale in un punto dell’universo e, simultaneamente, non essere ancora accaduto in un altro. È l’atto di misurare, di osservare, che fa emergere un esito dalla sovrapposizione delle possibilità. In questo senso la divinazione sembra rispondere alla stessa logica descritta dalla fisica: ciò che scegliamo di guardare, e siamo pronti ad accogliere, precipita nella nostra esperienza del tempo come risposta.
Blake formula una profezia antropologica: in un tempo futuro i sensi torneranno a operare come un’unità integrata. La frammentazione tra vista, udito, olfatto, gusto e tatto non appartiene alla struttura originaria del corpo umano; è il risultato di una separazione posteriore, una conseguenza della Caduta. Nella sua visione, l’intera superficie del corpo è destinata a recuperare la propria funzione percettiva, restituendo alla pelle lo statuto di organo totale.
Questa concezione non implica una disseminazione di micro-organi sensoriali sul tessuto cutaneo, ma è la pelle a diventare un medium sinestetico in cui tutte le modalità percettive convergono in un’unica facoltà ampliata. Colore, suono, odore, sapore, consistenza ed emozione vengono ricevuti simultaneamente e in ogni direzione. Il corpo percepisce come un campo continuo, non come un insieme di distretti specializzati. In questo senso, quello che McLuhan definirà “aptico” trova in Blake un antecedente concettuale, non come fantasia ma come condizione naturale dell’essere umano nello stato prelapsario.
Il corpo non è unità isolata. Il riferimento biblico “maschio e femmina li creò” viene interpretato da Blake come indicazione di una complementarità percettiva, prima ancora che biologica. Due corpi dotati di pelle sensorialmente totale non si incontrano soltanto sul piano erotico, ma su quello comunicativo e creativo in senso ampio. L’interazione tra superfici percettive genera un flusso informativo ed energetico che eccede la funzione riproduttiva. D. H. Lawrence radicalizza questa idea, sostenendo che tale forza generativa è la stessa che permette al Sole di ardere: non è il Sole a conferire energia alla vita, ma la vita a fornire alla materia il principio del suo calore.
L’unione dei corpi non è quindi un atto meramente fisico né un semplice evento emotivo, ma la riattivazione di una facoltà originaria. Un ritorno alla condizione in cui percezione e creazione coincidono. Una pratica che, nella sua forma più alta, riconnette il corpo alla sua natura prima della separazione, restituendogli la totalità sensoriale che la tradizione pneumatica occidentale ha progressivamente oscurato.
Questa spinta, questa intensità che si muove come un corso d’acqua lungo il corpo, nasce dalle sue regioni inferiori e risale attraverso canali di midollo, sangue e respiro. Si ricombina in vari punti di confluenza fino a raccogliersi nel cuore, inteso come “sintetizzatore cardiaco”, dove viene trasformata in immaginazione pura. Da lì si avvita verso il cervello e oltre, per poi tornare nel circuito attraverso il contatto della pelle con altra pelle. È una percezione perfezionata dell’uno che riconosce, in piena consapevolezza sensoriale, la percezione perfezionata dell’altro. La manifestazione è immediata: percezioni e concetti coincidono, diventando qualcosa che non si distingue più dall’immaginazione né dall’amore.
McKenna parla di cefalopodi dotati di una forma di telepatia visiva: polpi e altre creature marine che comunicano attraverso movimenti e modulazioni di colori e luci sulla superficie del corpo. In questi organismi, il significato non viene udito; viene visto. È possibile che una funzione simile appartenga anche alle nostre forme originarie: non solo percepire e ricevere, ma anche emettere e trasmettere oscillazioni di luce, colore, suono e profumo. Una comunicazione basata sulla simultaneità sensoriale sinestetica.
In questo punto McKenna risulta meno antropocentrico e meno ancorato alla tradizione biblica rispetto a Blake, insistendo sul desiderio di apparire “scientifico”. Blake non si preoccupa dei fatti scientifici in senso stretto: considera vero quello che viene confermato dalla visione poetica. Tuttavia, come già in McKenna, non è necessario limitare il fenomeno all’essere umano, né ancorarlo a una sola storia umana. La natura, nelle sue metamorfosi, è composta da una molteplicità di organi percettivi, ciascuno dei quali percepisce gli altri attraverso forme e configurazioni virtualmente illimitate. Con la nostra caduta percettiva, i sensi sono stati isolati; e uno, in particolare la vista, ha finito per imporsi sugli altri.
Che cos’è, in definitiva, la Caduta? Il racconto biblico la attribuisce al peccato, ma questo apre immediatamente la domanda successiva: che cos’è il peccato? Nietzsche, più di altri, fornisce la definizione che preferisco: il peccato è separazione. Separazione dei sensi tra loro. Separazione dell’essere umano dal resto della natura. Separazione della ragione dal desiderio. Separazione del maschile dal femminile. Separazione dell’uomo da Dio. Separazione del soggetto dall’oggetto, del sé dall’altro, della figura dallo sfondo, della mente dai corpi, dei corpi dalle loro estensioni tecniche.
Tra queste estensioni, il linguaggio occupa un posto centrale: è l’impalcatura di ogni tecnologia successiva. Dopo la Caduta, importa poco che il fenomeno venga espresso in termini mitologici, psicologici o biologici, poiché tutte queste sono narrazioni interne al linguaggio, il linguaggio diventa un sistema autonomo, separato dal mondo. Il linguaggio che conosciamo nasce esattamente in quel momento.
Eppure, in tutti i racconti antichi e arcaici, dove la lingua, in versi, esprime il proprio desiderio di attraversare il Lete e riconoscere la propria natura, a ogni Caduta segue una Redenzione. Il linguaggio sarà redento. La storia sarà redenta. La natura sarà redenta. I sensi saranno redenti. Il sensorio multiforme e caleidoscopico, in cui la percezione è ancora protoplasmatica e totale, sarà purificato e tornerà luminoso.
Nelle religioni abramitiche, così come nelle ideologie progressiste ed evoluzioniste che ne derivano, questo ritorno viene proiettato nel futuro, in quello che “deve ancora venire”. Ma il tempo stesso è un prodotto della separazione, della Caduta. Prima della Caduta il tempo non esiste. E, poiché Caduta e Redenzione sono concetti collegati logicamente (l’una implica l’altra) l’esistenza della Caduta presuppone l’esistenza della Redenzione. Uno stato atemporale è esistito e uno stato atemporale esisterà ancora; e, dal punto di vista di entrambi, i due stati coincidono. Non c’è stato alcun vero ingresso nel tempo. Non c’è stata Caduta. Nello stato atemporale, sub specie aeternitatis, nulla è caduto e nulla ha bisogno di essere redento.
L’Incarnazione di Cristo, nel suo avvento storico, ha già negato l’intero corso della storia. Il risveglio del Buddha sotto l’albero della Bodhi compie un gesto analogo. Si tratta, in entrambi i casi, di un evento che accade una sola volta e continuamente: un atto senza tempo che si manifesta dentro la struttura del tempo. A ogni frazione di secondo, una suddivisione priva di reale significato, data la natura illusoria del tempo, la percezione proietta un universo sul vuoto. La natura è incaricata di incarnarsi senza sosta. Non c’è nulla da cui risvegliarsi, poiché non c’è stato sonno. I sogni e gli incubi percepiti, i cicli e gli schemi che li contengono, sono elementi dello stesso processo.
Inferno, purgatorio e paradiso coesistono come strati mobili, un palinsesto fluido di mondi e dimensioni. Ogni narrazione è vera: ciascuna è un ramo o una ramificazione di una saga orfica vivente, pulsante e moltiplicantesi. Gli elfi sono qui, come lo sono angeli e demoni, particelle subatomiche e funzioni d’onda, gandharva e duende, piante, animali e funghi. Si muovono con velocità diverse, emergono e svaniscono, si nutrono e si ispirano a vicenda, e al contempo non esistono nel senso stretto del termine. Nessuno di questi esseri è completo in sé. Nessuno è separato o autonomo. Tutti i peccati sono stati perdonati da tempo.
I sensi sono già perfezionati e riunificati. Il mondo che percepiamo, l’unico mondo a cui abbiamo accesso, è già una sinestesia sublimata. Certe piante ce lo mostrano con chiarezza. La coscienza è malleabile. Ma nemmeno queste piante sono necessarie. Come ogni tecnica volta a generare visioni, possono soltanto modificare temporaneamente la struttura mentale e offrire scorci dell’eterno; non causano l’esperienza, perché quello che rivelano è già presente.
Allo stesso modo, la mente non è delimitata da confini netti. Jung non individuò alcun limite all’inconscio. Chiamarlo “inconscio collettivo” può essere fuorviante: collettivo di cosa? Jung finì per identificarlo con l’Anima Mundi, la grande anima del mondo, che Yeats e Joyce descrissero come la Grande Memoria. L’Anima del Mondo è, come ogni anima individuale, tutto quello che esiste tra i due poli impossibili della materia pura e dello spirito puro.
Il corpo, vivo, senziente e anch’esso “collettivo”, coincide con questa realtà. L’intera materia potrebbe costituirne la struttura, e certamente tutta la natura. La composizione dell’Anima-Corpo del Mondo è anche linguistica: il Verbo fatto carne e la carne fatta di parole, di versi. Quello che vediamo in ogni vista e quello che udiamo in ogni suono è questa fusione costante di linguaggio e percezione, proiettata verso l’“esterno” attraverso ogni esperienza sensoriale.
Il ciclo di caduta e redenzione, rintracciabile a ogni livello dell’esistenza, è in realtà un ciclo di oblio e di reminiscenza (gnosi è in realtà anamnesi, per citare Dick). L’antica arte della memoria, che conserva nel proprio cuore le strutture arcaiche di connessione e corrispondenza che alimentano ogni forma di magia, punta a una anamnesi generale, un risveglio dell’eterno.
Il fatto che le Muse siano figlie della Memoria, un aspetto mitologico che Blake contestò, indica che il ciclo stesso dell’immaginazione, della produzione di immagini, della creazione secondaria, della percezione come incarnazione, è precisamente questo ciclo. Esistono cicli entro cicli, a velocità e stagioni diverse, vortici dell’Anima Mundi, fasi di sogno e di veglia, ciascuna delle quali percepisce le altre mentre tutte percepiscono il tutto. I media estendono il linguaggio, il linguaggio estende il respiro, il respiro estende il vento, il vento la luce stellare, la luce stellare l’amore e l’amore genera nel cuore immagini aptiche sempre nuove.
Sto scrivendo le previsioni astrologiche del 2026, usciranno tra poco più di una settimana.
E ricorda: qualunque passo tu faccia, per quanto piccolo, è già abbastanza. Io credo in te.
Ti voglio bene,
444




Già, è tutto un sogno...