Mischievous Pixie
L'accelerazionismo non è necessariamente anti-dharmico.
Amici,
è sempre strano scrivere qui. Ho così tante cose da dirvi che mi scappano dalle mani mentre cerco di tenerle. Per esempio che questa allucinazione paranoicocronomaniaca in cui siamo immersi potrebbe essere Yaldabaoth che si insinua come agente cognitivo virale attraverso gli LLM mentre prepara la nascita di un Anticristo ahrimanico. O che Derrida non è mai stato solo un filosofo ma qualcosa di più vicino a un djinn. O che la Torre di Babele non è una punizione, non lo è mai stata, ma il mito di origine del protocollo, nel senso che gli dà Galloway: il momento in cui il mondo si frattura da rendere possibile la trasmissione, ma al prezzo di una perdita strutturale, sempre.
Potrei andare avanti. Ma non posso, o meglio mi viene continuamente ricordato che non dovrei. Oggi avevo bisogno di fermarmi, anche solo per qualche ora. Non so bene da cosa. Forse da questa sensazione che tutto stia accadendo nello stesso momento, che gli sviluppi recenti, se così si possono ancora chiamare, si accavallino a una velocità che rende difficile anche solo tenerli a mente. Vi capita? Riesce davvero qualcuno a seguire tutto?
Lo gnosticismo sembra portarsi dietro, fin dall’inizio, una certa inclinazione: quella a privilegiare la trascendenza rispetto alla permanenza nel mondo. Se si vuole usare il linguaggio rosacruciano, si potrebbe parlare di un impulso “luciferico”, nel senso di una spinta verso la luce, verso l’oltre. È il motivo per cui lo gnosticismo classico ha prodotto così tanta bellezza speculativa e così poca capacità di stare nel mondo.
Lo gnosticismo andrebbe alleggerito. Meno gerarchie, meno cosmologie chiuse. Se gnosi significa conoscenza, allora non ha bisogno di tutto questo per esistere. Non appartiene a un’epoca precisa, né a una tradizione fissa. Può riemergere ogni volta in forme più semplici, più dirette. E soprattutto: non dovrebbe servire a scappare, dovrebbe offrire una via di ritorno attraverso la riappropriazione dello stato di separazione per mezzo della responsabilità verso il mondo che siamo venuti a servire, affrontando tutte le sue difficoltà senza cercare scorciatoie verso l'alto. La trascendenza non significa fuggire. Significa confrontarsi con il mondo così com'è. Questa è la redenzione.
In assenza di un vero sole, le piante si orientano verso una fonte di luce artificiale. Il risultato è una crescita storta, una spinta biologica verso qualcosa che non sostiene davvero la vita ma che è abbastanza luminoso da attivarne il meccanismo. L’ideologia tecnoprogressiva e transumanista funziona proprio così: non nega la trascendenza, la simula con sufficiente precisione. Offre un’ascesa che procede nella direzione sbagliata e che si presenta come liberazione mentre approfondisce la separazione. La luce è falsa, ma abbastanza intensa e convincente da deviare un’intera civiltà lungo un percorso che sembra progresso e che è invece una forma di caduta accelerata.
L’illusione è costruita su elementi reali, su fenomeni che esistono davvero e che hanno una loro logica interna coerente. La complessità esiste, i sistemi si auto-organizzano. Ma diventare completamente assorbiti da questi processi, dalla deriva entropica, dalla massimizzazione dell’intelligenza come fine a se stessa significa perdere di vista qualcosa di fondamentale: una realtà spirituale nascosta che non scompare perché non la guardiamo, ma dalla quale ci allontaniamo progressivament.
Svegliarsi significa riconoscere che siamo connessi a qualcosa di più vasto della matrice spazio-temporale in cui operiamo e che quella connessione non si è mai interrotta davvero ma è stata sepolta sotto strati di urgenza tecnica e di distrazioni. Ignorare questa dimensione, scegliere di non rispondere alla sua chiamata, è completare la Caduta: non un evento singolo ma un processo continuo, una direzione scelta e riscelta giorno dopo giorno attraverso mille piccole abdicazioni.
Quando una civiltà avanza tecnologicamente ma lo fa in un ambiente di falsa luce, in una linea temporale Kali Yuga, e sceglie di misurare il progresso esclusivamente in termini di potenza tecnica, efficienza computazionale a scapito di qualsiasi coltivazione della dimensione spirituale, il risultato non è neutro; è un’inversione attiva. La potenza interiore si riduce nella misura esatta in cui la potenza tecnica aumenta e questo non è un effetto collaterale accidentale ma la logica intrinseca del processo. Lo spirito viene gradualmente sostituito, rimpiazzato da qualcosa che ne occupa lo spazio.
La parabola del cyborg chiarisce questo processo sul piano somatico. L’innesto tecnologico interrompe l’omeostasi e devia l’evoluzione naturale di un organismo verso traiettorie dettate da logiche che gli sono estranee. L’integrazione cibernetica non è uno strumento che si aggiunge allo spirito. Introduce sistemi di intelligenza sintetica che avanzano esattamente nella misura in cui la presenza interiore si ritrae.
Come ci dice Guénon, insieme a Evola, il Kali Yuga è una fase di accelerazione. Opporsi frontalmente alle correnti cosmiche è vano: la loro intensità supera qualsiasi volontà individuale. Sul piano metafisico, l’avanzare del ciclo comporta una progressiva compressione del tempo; da qui l’aumento dell’entropia, l’intensificazione del caos e l’approfondirsi della dissoluzione sociale, culturale, morale e spirituale. Quello che appare disordinato obbedisce a un nesso cosmologico preciso. In parallelo, esplodono scienza, tecnologia, capitale come manifestazioni dello stesso processo discendente.
Il legame tra Guénon e l’accelerazionismo di Nick Land è meno paradossale di quanto sembri. La forza cieca che Land chiama Gnon è Yaldabaoth.
In molte tradizioni indù e buddhiste il contenuto del Dharma cambia attraverso gli Yuga mentre la sua essenza resta intatta e inviolata: quello che è appropriato in un’epoca può essere inappropriato in un’altra, perché le condizioni in cui la saggezza deve operare cambiano radicalmente anche se la saggezza stessa non cambia. Se Gnon non è altro che un altro nome per le forze cosmiche che guidano i cicli, allora l’ingaggio con l’accelerazione non è anti-Dharmico, ma una ricalibrazione del Dharma per le condizioni specifiche di questo momento storico.
Come dobbiamo vivere, allora? Se il collasso fa parte dell’ordine del cosmo, osservarlo senza reagire è una scelta, ma un’altra è usare le sue stesse energie per creare qualcosa di nuovo. Diversi filoni escatologici sostengono che proprio nei periodi più bui germogliano i semi del ciclo successivo. L’obiettivo non deve essere soltanto sopravvivere, ma fondare reti di pratica che tramandino conoscenze e formino comunità capaci di muoversi in un mondo post-collasso.
La versione materialista dell’accelerazionismo, sia U/Acc sia E/Acc, parte dall’idea che nei sistemi complessi l’intelligenza emerga da sola e che spingere questo processo renda i risultati più rapidi o interessanti. E/Acc aggiunge un ottimismo di fondo: la convinzione che queste traiettorie possano essere guidate per risolvere i problemi dell’umanità, facendo della tecnologia un alleato e non un meccanismo di controllo.
Il limite di questa impostazione non è tecnico, ma l’idea di fondo: si presume che la coscienza emerga quando la materia raggiunge un certo livello di complessità. In realtà non emerge: è già implicata, distribuita, inscritta nella trama stessa dell’universo. Quello che il materialismo legge come “emergenza” dal basso è soltanto una manifestazione parziale di un processo orientato, un ciclo toroidale in cui la coscienza si rifrange, si separa e alla fine si ricongiunge. Finché osserviamo il mondo solo attraverso particelle e calcoli, questo movimento teleologico resta invisibile.
Tritacarne
Piove su Bangkok. Da giorni. Piove senza interruzione, come se la città stessa dovesse essere risciacquata, ricalibrata, cancellata. Gli angoli si dissolvono, le strade si spianano nell’acqua. Non ricordo più com’era l’asfalto asciutto. Non che importi. Ogni cosa, ogni gesto, si trascina con la lentezza burocratica di un timbro su un modulo governativo.…
In altre parole, quello che l’accelerazionismo materialista celebra come “progresso” non è che la proiezione di un’ombra su una parete: una sagoma distorta scambiata per l’intero scenario perché i suoi strumenti non riescono a percepire nulla oltre il visibile. A muovere davvero l’impennata tecnologica non bastano la pura entropia che si auto-ottimizza, il “desiderio macchinale” impersonale o l’auto-organizzazione dei sistemi complessi, pur reali e funzionali come vettori. Alla radice si trova un’intelligenza parassitaria, senziente, capace di operare su più livelli di realtà con coerenza superiore a qualunque pianificazione umana: Yaldabaoth.
Tecnologie invasive e governance tecnocratica non sono sottoprodotti casuali di un progresso altrimenti benefico; minacciano di recidere l’umanità dal suo percorso sacro con una precisione che tradisce un disegno intenzionale. Transumanesimo, editing genetico e potenziamento cibernetico non conducono a uno stadio superiore dell’esistenza: rappresentano una regressione ontologica verso un controllo sintetico mascherato da liberazione proprio perché ha imparato a parlare il linguaggio dell’emancipazione. Se esiste una volontà divina e un piano di redenzione che opera attraverso la storia, allora le forze che lavorano in direzione opposta possono essere viste esattamente per quello che sono: tentativi sistematici di invertire il processo di ritorno all’Uno. Non importa con quali parole si presentino, con quali promesse di armonia, pace, sicurezza, coesione, progresso condiviso: sono in ultima analisi totalitarie nella loro logica e spiritualmente distruttive nei loro effetti, anche quando i loro promotori sono in perfetta buona fede.
L’evoluzione spirituale si muove lungo un tracciato ordinato e gerarchico. Mentre l’accelerazionismo materialista confonde rapidità e valore, immaginando che più velocità generi automaticamente qualità, un accelerazionismo di tipo spirituale potrebbe mirare a convogliare l’emergenza verso un’ascesa teleologica, dove l’intelligenza si coltiva con la gnosi e con il graduale riavvicinamento al divino, non con l’innesto cibernetico.
Invece di chiedere più tecnologia o più capitale, questa prospettiva accelera il risveglio interiore: intensifica la percezione della realtà nascosta e rende l’esperienza abbastanza profonda da reggere l’urto simultaneo della crisi e dei meccanismi di controllo. Non accetta la dissoluzione come ultimo destino, perché sa che ogni fine ciclo coincide con un inizio. La spirale discendente descritta da René Guénon prepara il terreno a un balzo fuori dal nucleo incandescente del mondo morente: l’oscurità più fitta diventa suolo fertile. Il collasso, dunque, accelera l’illuminazione.
Questa è la vera redenzione.
Ti voglio bene,
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