Always seeking seeking always to establish the right balance of the balance right
Il declino dell'Occidente e l'ascesa del "cute".
Mi sveglio senza sapere realmente dove mi trovo. Il corpo ha fatto il viaggio, ma il resto si è fermato in un punto intermedio che non so indicare. Guardo il soffitto bianco, senza crepe. Questa perfezione ha qualcosa di sospetto, perfettamente ostile. Ecco: sono in una stanza d’albergo a Singapore, una di quelle che potrebbero essere smontate e ricomposte identiche altrove.
Sul comodino c’è una bottiglia d’acqua aperta a metà. Provo a ricostruire il gesto, ma non ricordo di averla toccata. La valigia resta socchiusa sul pavimento, i vestiti piegati male. Nel guardarli ho l’impressione che abbiano perso il legame con i luoghi da cui provengono, come se fossero diventati una lingua che non parlo più.
L’ascensore è rivestito di specchi opachi che restituiscono un’immagine attenuata, più indulgente. Per un attimo mi sembra di avere un volto diverso, più quieto, più vicino a quello che avevo da bambina.
Scendo in strada per interrompere questa sospensione. Il caldo mi raggiunge subito. Entro in un centro commerciale con la scusa di accorciare il percorso, anche se in realtà questi spazi hanno sempre qualcosa di rassicurante nella loro ripetizione. Al secondo piano, incastrato tra negozi quasi identici, c’è un piccolo spazio con un’insegna: “The Love Witch”. Dentro, una ragazza, gen z. Sì, una strega. Parliamo in modo discontinuo, come se la conversazione non seguisse una linea. Quando esco, mi resta la sensazione di non aver capito bene chi delle due stesse osservando l’altra.
Tra pochi giorni parto di nuovo, verso il nord del Giappone, nelle montagne dove si pratica lo Sokushinbutsu. Non saprei dire se sia curiosità, ossessione o noia. So solo che ho bisogno di vedere se certe resistenze al tempo esistono ancora fuori dai manuali di antropologia.
Quando risalgo in stanza, tutto è identico a prima. Ed è proprio questo a renderlo leggermente fuori posto. Rimango un attimo sulla soglia, come se entrare significasse accettare una continuità che non mi convince. Forse è questo il punto: la difficoltà a coincidere con il luogo in cui mi trovo, una piccola frizione che non si risolve mai del tutto.
Non succede niente. Non succede mai niente.
Priscilla, il mio grillo domestico.
I meme orientano i flussi di capitale. I conflitti si sviluppano sotto una sorveglianza continua, con esiti già oggetto di scommessa nei mercati predittivi prima ancora che gli eventi si siano compiuti. Tendenze estetiche come il looksmaxxing si propagano in pochi giorni, appena le piattaforme riconoscono e amplificano un archetipo. Sistemi automatizzati competono per catturare e sfruttare l’attenzione su più mercati.
Questo è l’ambiente in cui operiamo. È stratificato, ricorsivo e difficile da stabilizzare.
Dentro un tale spazio, i sistemi algoritmici operano come una donna: diventano veicoli di desiderio, si presentano come merci ma in realtà agiscono come dispositivi di potere. Sono progettati per sedurre e creare dipendenza, mentre allo riflettono e rafforzano modelli di esistenza irraggiungibili. Alla fine, internet è una ragazza.
Oswald Spengler propone una lettura della storia in cui le culture non seguono una traiettoria lineare di progresso, ma si sviluppano come organismi: attraversano una fase di crescita, raggiungono una maturità e infine entrano in una fase di declino. In questa fase non si verifica un collasso immediato delle istituzioni. Cambiano le modalità di produzione del senso e le condizioni della percezione. La produzione simbolica si riduce progressivamente, mentre aumenta il lavoro su forme già esistenti. Il centro dell’attività si sposta dalla costruzione del simbolo alla gestione delle modalità di apparizione, circolazione e riconoscibilità delle forme.
All’interno di questo quadro troviamo anche una trasformazione sul piano estetico. Sianne Ngai individua nella categoria del “carino” (cute) una forma caratterizzata da piccolezza, vulnerabilità e accessibilità affettiva. Il suo funzionamento si basa su un principio di riduzione: comprime la complessità, attenua l’ambiguità e abbassa le soglie interpretative. Gli effetti sono immediati, a bassa intensità, e non richiedono un’elaborazione prolungata.
L’ascesa del “cute” non mi pare un fenomeno isolato. Risulta infatti coerente con la configurazione della fase tarda descritta da Spengler. In un contesto in cui la produzione simbolica si contrae e l’attenzione si sposta verso la superficie, le forme che privilegiano immediatezza, leggibilità e riduzione della complessità diventano funzionali.
A mio parere, l’ascesa del “cute” può essere letta come una delle espressioni più coerenti del declino dell’Occidente.
L’estensione di queste proprietà oltre gli oggetti discreti diventa evidente negli ambienti digitali. Le piattaforme, organizzate attorno a visibilità, circolazione ed engagement, favoriscono forme che possono essere elaborate rapidamente e trasmesse senza attrito. L’estetica del “carino” risponde con precisione a tali requisiti.
Questa diffusione segnala una trasformazione più ampia nelle condizioni di produzione e ricezione delle forme. La riduzione della capacità di sostenere strutture simboliche complesse, già descritta da Spengler per le fasi tarde, non implica una diminuzione della produzione formale. Implica una riorganizzazione secondo criteri di accessibilità e immediatezza. Le forme che operano attraverso compressione e semplificazione risultano più compatibili con un ambiente in cui la continuità della circolazione prevale sulla profondità dell’elaborazione.
Il “cute accelerationism” di Amy Ireland e Maya B. Kronic, a differenza delle versioni di Nick Land e alla Cybernetic Culture Research Unit, non punta all’intensificazione delle dinamiche sistemiche, ma alla loro modulazione attraverso la riduzione della frizione. Riduce la frizione percettiva e affettiva, facilita la partecipazione e consente la continuità della circolazione senza richiedere un aumento proporzionale dell’impegno cognitivo.
In termini deleuziano-guattariani, i processi di deterritorializzazione, evidenti nella frammentazione delle identità e nella proliferazione dei segni, vengono resi operativi attraverso forme di riterritorializzazione che ne permettono la gestione. L’estetica del “carino” agisce in questo senso come un operatore di stabilizzazione: introduce condizioni di leggibilità a livello percettivo senza intervenire sulla complessità strutturale sottostante.
L’hyperstition del CCRU può essere osservato oggi nelle pratiche quotidiane di soggettivazione. Definito originariamente come il processo attraverso cui determinate finzioni producono effetti reali mediante iterazione, viene oggi incorporato nelle modalità di costruzione del sé. L’identità oggi è qualcosa che si costruisce attraverso ripetizione e performance.
Per esempio, se una persona inizia a presentarsi online come una versione più disciplinata o attraente di sé (mostrando “outfit of the day” o “what i eat in a day”, adottando un certo stile visivo), quella versione smette di essere solo una rappresentazione. Allo stesso modo, pratiche come la “romanticizzazione” della quotidianità (curare l’estetica del caffè del mattino, della scrivania, della palestra) funzionano come micro-rituali che stabilizzano uno stile di vita.
Su questo punto: sono particolarmente affascinata dal parallelo tra la cultura trans e quella del looksmaxxing. Il contatto più evidente passa forse attraverso l’intervento medico, cioè l’“hacking” degli ormoni tramite farmaci, permettendo all’individuo di plasmare il proprio corpo in una forma più aderente al proprio divenire.
Questo elemento, tuttavia, rimane inscritto in una logica di trasformazione materiale riconducibile a un paradigma novecentesco. Maggiore rilevanza assume la possibilità di una riconfigurazione del sé attraverso ambienti digitali, qualora non venga interpretata esclusivamente come un eccesso di consumismo, ma come una modalità di divenire potenziato, dove la trasformazione non si esaurisce nella modifica del corpo, ma si estende alla rappresentazione e alla performance.
Il divenire, infatti, implica necessariamente una dimensione performativa, e gli spazi in cui il soggetto mette in scena se stesso risultano variabili e continuamente ridefiniti. Pratiche quali la “romanticizzazione” delle routine quotidiane o l’anticipazione performativa di stati futuri desiderati possono essere interpretate come quindi applicazioni di logiche hyperstizionali: non si limitano a rappresentare il cambiamento, ma contribuiscono alla sua produzione attraverso l’allineamento di comportamento, percezione e aspettativa.
Non vedo tutto questo come negativo, non necessariamente almeno: la potenzialità del divenire non spinge verso l’omogeneità; al contrario, apre uno spazio di dialogo, forse persino di confronto, che può condurre a una forma di comunione. Una sorta di gesto di apertura verso il mondo. Perché l’unico modo per sottrarsi alla trappola del sé è attraversarla, forzare continuamente un’uscita, spingendosi senza sosta lungo una catena infinita di divenire.
tvb,
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My kind of vibe
C'è ancora chi pratica Sokushinbutsu fino alla fase 3?